Storie #2

Natale, per me, è il tempo del ritorno. Innanzi tutto, da qualche anno, del ritorno al tempo della famiglia, a giorni consecutivi con mia moglie e i miei figli; ma non come le vacanze estive, che si fanno altrove. È il tempo del ritorno nella casa, con tutti gli abitanti di casa, nel tempo scandito dalle cose della casa.

In questi giorni, giorni di regali e di sorprese, non sono molto lucido, per fortuna. Capisco solo dopo che sono passati quali sono stati i veri regali. Le ore passate insieme a loro, le tante parole diverse sentite in casa, sono quello il vero regalo. Ci sono, finalmente, in giorni diversi dal solito, in ore diverse dal solito, e vivo la mia famiglia in maniera diversa dal solito. Sento parole diverse, ci sono in altri momenti, e tutto questo è un regalo. Ivan e Andrea fanno domande nuove, mi chiedono perché sono lì e cosa facciamo e dove andiamo e se loro possono venire – e certo che sì! – e se voglio giocare con loro con i regali che gli abbiamo appena fatto. 1

E sono anche giorni più complicati, perché non sono mai stato lì tutte quelle ore – neanche Nicoletta – e c’è da recuperare in fretta un sacco di pazienza e di scoprire, prima di fare male a qualcuno, che ci sono sempre un paio di ascoltatori e di spettatori in più, e quindi è il caso di darmi una bella regolata nel linguaggio e nei modi in generale.

Ho sentito, ancora e di nuovo, che con Nicoletta le cose funzionano meglio se ci passo più ore possibile, perché tutta quella fretta e quella energia che devo di solito condensare in due stanche e compresse ore serali sono una prigione per qualunque rapporto umano. Sì certo, è molto utile, durante le giornate al lavoro, durante la settimana, usare qualunque altro mezzo di comunicazione per risparmiare tempo, parole, inutili discussioni; ma niente funziona come il tono della voce, il tocco di una mano, i tanti movimenti e gesti casalinghi che sono una presenza mille volte più efficace di una parola da lontano.

Anche se c’è da discutere, è la presenza a contare. Solo quella – che tante volte un facile linguaggio violento ci fa bollare come “insopportabile” – credo che sia in realtà il vero antidoto all’incomprensione, perché solo in presenza puoi usare molto più che le parole. Oh, è vero, puoi fare anche molto male, ma puoi anche capire molto prima i tuoi errori e non far durare troppo i loro effetti sgradevoli e maligni. Sempre che ti vada di essere un uomo, ovviamente. Se no, puoi anche continuare con una delle solite maschere, ce ne sono sempre parecchie a disposizione.

Sempre e ancora, ci sono le tante riflessioni che mi vengono – sarà l’aria natalizia, sarà che penso sempre un po’ più del necessario. Rifletto su un ottuso capitalismo ipocrita che non ti permette neanche di vivere in pace. Rifletto sul fatto che essere un disertore pesa anche su quello che hai già fatto, come pesa su quello che fai e che farai; e come tutto questo non può stare nel linguaggio che adoperi con due meraviglie di tre e sei anni – perché ancora non servirebbe – ma lo devi mettere nei tuoi gesti, nel tuo corpo e nelle tue azioni; una cosa molto, molto più difficile.

E per farlo ho pochi giorni; e in più quest’anno i giorni sono pochi anche perché è il mio primo anno di lavoro con un contratto a tempo indeterminato – ho mollato l’insegnamento universitario gratuito, preferisco vivere – e non ho maturato abbastanza ferie.

Ma c’è un divano, c’è una sera e c’è qualcosa da attendere, e ci sono mille altre occasioni, in questi giorni più che in altri, per essere lì con loro e con Nicoletta.

Già pubblicato nel gennaio 2011 in Femminismo a Sud.

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