Storie #3

Ci ripenso spesso, sapete. Sono ricordi ai quali torno saltuariamente ma immancabilmente. Per esempio quando vedo mio padre giocare felice con i miei figli.
Ripenso ai pianti di mia madre in cucina mentre lui e suoi amici la prendevano in giro, lì davanti a me.
Ricordo le urla e le botte. Ricordo un inseguimento in salone. Ricordo un ferro da stiro che vola e del sangue. Ricordo un naso rotto.

11 Ricordo quando un giudice mi chiamò a parlare – avevo otto anni – per chiedermi di raccontare come passavo le giornate con mio padre, dove viveva, cosa faceva. Perché lui aveva detto di non lavorare per non pagare gli alimenti, e bisognava sapere se era vero.

Ricordo che mi veniva a prendere a scuola sulla sua Triumph Spider verde e mi portava sempre in ristoranti belli, sul mare. E spesso si viaggiava per l’Italia, perché doveva vedere delle persone. Era un agente di commercio, nel settore dei vini.

Ricordo che arrivava sempre tardi. E io rimanevo ore davanti la scuola elementare chiusa.

Ricordo che in quei primi anni lontano dalla casa dove ero nato – in quella era rimasto mio padre – io vivevo in un seminterrato buio e molto umido. Mangiavamo una volta al giorno, dopo la scuola, e la sera solo latte e biscotti, come la mattina. Non ricordo quale scusa inventasse mia madre, ma a me stava bene. Era il 1980, più o meno.

Vestivo con cose rimediate, regalate. Ero molto affezionato ai miei vestiti e mi dispiaceva sempre quando crescevo e non potevo più metterli. Per convincermi a lasciarli pensavo che sarebbero andati a vestire un altro bambino.

Ricordo che mio padre me ne comprava molti, ma rimanevano lì da lui. A casa sua, nella mia stanza di casa sua, che una volta era la mia stanza. Quando ero con lui e non si viaggiava non rimanevo mai in casa; giocavo con i miei amici di lì, che mi vedevano ogni tanto. Tornavo solo per lavarmi e mangiare, e lo trovavo sul divano davanti alla TV, dove l’avevo lasciato. Da mia madre non avevo una mia stanza, e la TV era piccola e in bianco e nero. Tanto guardavo solo il gatto Felix, non avrebbe fatto differenza.
Mio padre poi si è risposato, e nella mia stanza ci sarebbero andati altri bambini. Ma alla sua nuova moglie non andavo molto a genio e non ci siamo visti spesso. Almeno finché anche lei non lo ha lasciato. Allora voleva incontrarmi e vedermi, ma a me non fregava niente. Di lei no, ma di mia sorella e di mio fratello sì. Volevo sapere se anche loro avevano vissuto quello che avevo vissuto io.

Li ho ritrovati su Facebook. Lui mi somiglia molto, e somiglia molto ai miei figli. Lei vive in Spagna, ma lui, più piccolo, è ancora in casa con mio padre e la sua attuale compagna. E sì, mio padre s’è comportato allo stesso modo.

Lo vedo giocare con i suoi nipoti, i miei figli; fargli regali, una torta per il compleanno. A me non ha mai fatto nulla del genere. Neanche a mio fratello.

C’ho messo anni a recuperare un rapporto con mio padre. Perché non posso fare finta che non sia mio padre: lui è in me, me ne sono accorto da un pezzo, e non posso ignorare quello che da lui mi è arrivato. Per questo ci ripenso, ogni tanto.

Io non ho avuto i nonni. I miei figli li hanno, e ci tengo moltissimo che li vedano e li frequentino regolarmente. Penso – e vedo – che i nonni sono una cosa bellissima per i nipoti. E mi piace così. Mi chiedo solo, ogni tanto, se anche lui si ricorda queste cose. Io ho imparato a conviverci in maniera pacifica, ma non posso, e non voglio, dimenticare.

Quegli anni di privazioni economiche, prima che un giudice prendesse una decisione che – sistemate le cose legali e finanziarie, ha fatto cominciare l’inferno psicologico – sono stati certamente molto “istruttivi” per me. Ma cosa sarebbe potuto accadermi? A cosa mia madre s’è aggrappata per non cadere? A sua volta anche lei veniva da una infanzia tremenda, e forse anche questo l’ha aiutata. Ma quelle stupide e banali mancanze nella vita di un bambino, causate da ripicche, non hanno alcun senso. Non hanno alcun senso.

Per esempio: che senso aveva che mio padre m’iscrivesse periodicamente ad attività sportive vicino la sua casa, dove evidentemente non potevo andare perché mia madre non aveva mezzi o tempo per portarmici? Perché riteneva il suo compito finito una volta erogato il denaro e fatto il gesto di segnarmi lì?

Che senso aveva parlarmi male per ore del compagno di mia madre, che io non vedevo quasi mai?
Che senso aveva farmi sapere tutta la storia della causa legale per gli alimenti per poi dare sempre a me, in mano, i contanti degli alimenti da dare a mia madre? E farsi dare da me sempre a mano la ricevuta? Perché ignorare così apertamente che io potessi capire, avere un’idea?

Perché non passare quei weekend alternati con me, invece di mandarmi in giro per ore da solo?
Domande che non avranno mai risposta, ma che non devo dimenticare. E’ perché me le sono ricordate che sono riuscito a recuperare un rapporto con mio padre, invece di alimentare in me rabbia, frustrazione, desiderio di vendetta. Non sopportavo che mia madre mi dicessi di andarci, frequentarlo, parlarci; ma aveva ragione.

Non si possono dimenticare quelle cose, ma si può – si deve – imparare a conviverci. Per ricordare a tutti quelli che conosci che quello che conta non è la quantità di tempo che si passa con un genitore che vive altrove, ma la qualità. I momenti belli con mio padre non sono stati molti e furono abbastanza casuali, ma li custodisco tutti con grande amore. Ed è con quelli nel cuore che sono diventato padre. Con la memoria e con il cuore. E’ quello che avevo, e me lo sono fatto bastare.

Ci ripenso spesso, sapete. Sono ricordi ai quali torno saltuariamente ma immancabilmente. Per esempio quando vedo mio padre giocare felice con i miei figli.

Già pubblicato nel febbraio 2011 in Femminismo a Sud.

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