Storie #5

Non c’è niente come lottare contro gli stereotipi, da qualunque parte vengano, per ripulire la propria esistenza dalle cose superficiali, grette, inutili e indifferenti che ricoprono le cose più vere e importanti – che purtroppo sono differenti per tutti.

Oggi è stata per me una bellissima festa del papà. Per un motivo molto semplice: siamo usciti da poco tempo da un tunnel che ci stava distruggendo la vita. Due istituti sanitari pubblici, frequentati e conosciuti, in momenti diversi (il primo più di due anni fa) avevano diagnosticato a mio figlio una cosa che, in realtà, non ha. Spendendo del nostro, istruendoci per quanto possibile, abbiamo adesso (da qualche settimana) la certezza che tutto ciò non era vero. 2

Non vi racconto questa storia per attaccare la malasanità, o per spingervi ad altri impegni di questo tipo. Non mi interessa, e mi prendo la responsabilità di dirvi: non è questo l’importante.

L’importante è non lasciare solo vostro figlio. Non smettete di ascoltarlo, non smettete mai di rivolgervi a lui. Non ditegli “no”, ditegli “no, perché”. Non gli dite “sì”, ditegli “sì, proviamo”. Lasciate stare cos’è meglio per lui o cos’è meglio che sappia di voi, tanto ha una sensibilità molto più grande della vostra e sente l’ipocrisia prima ancora che pensiate di poterlo ingannare. Abbiate la forza di non mostrarvi sempre forti, abbiate la costanza di non lasciarlo fuori dai vostri pensieri più gravi. Non chiede di essere sempre con voi, né di essere come voi: chiede di sentirvi insieme a lui.

Non conta quanto tempo passate con vostro figlio, tanto sarà sempre poco. Conta quello che succede quando, anche per pochissimo ogni tanto, siete con lui. Fate sì che quel poco tempo sia salutare per tutti e due, fate sì che sia il più autentico possibile, e lì vostro figlio tornerà sempre a cercarvi – e pochi minuti basteranno a entrambi per tanto tempo. Lì dove vi ha sentito piangere, ridere, giocare, lavorare, né più grandi né più miseri ma insieme a lui.

Non siamo stati né particolarmente bravi né coraggiosi. Semplicemente, non abbiamo smesso di ascoltarlo. Un bambino ha solo un vocabolario diverso, non è né meno complesso né meno strutturato. Sa dire tutto quello che serve – siamo noi a non saperlo sempre intendere. Ecco perché non posso che invitarvi a usare sempre e comunque vocabolari che non sono solamente quelli verbali. Si parla con i gesti, con il tono, con gli oggetti, con le abitudini, con il modo di toccare, di camminare. E un bambino, in più vostro figlio, sente tutte queste cose in una maniera che ad un adulto smaliziato sfuggono come sabbia tra le mani.

Non c’è un ruolo da sostenere, né un giorno preciso da festeggiare. Per chi vi chiama papà (o mamma) tutto questo non conta. Conta che lui sia fuori dalle vostre battaglie, perché non sono le sue – anche se lo riguardano. Fatevi sentire dalla sua parte, e sosterrà anche voi. Conta che non soffra lui per la vostra malasorte, o penserà che la sua frustrazione sia giusta e normale. Mostratevi fiduciosi, e sarà felice con voi. Sappiate lasciare il vostro mondo per entrare nel suo, con l’ingenuità e la fiducia che lui – malgrado il vostro carattere, malgrado le vostre assenze, malgrado i vostri rancori fuori luogo – ancora e sempre mette nell’entrare nel vostro mondo.

Non sono consigli – non sono nessuno per darne. E’ quel poco che mi è successo da padre, dimenticando senza rancore cos’è stato mio padre, per poterlo essere a mia volta.

Già pubblicato nel marzo 2012 in Femminismo a Sud.

La storia della diagnosi sbagliata l’ho raccontata con più dettagli su Genitori Crescono.

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