Storie #6

Doveva essere autunno, comunque un mese freddo ma non troppo. Forse ottobre. Era uno di quei giovedì alterni in cui il giudice aveva disposto che vedessi mio padre, da dopo la scuola alla sera. Non c’era molto tempo, spesso andavamo in qualche negozio a comprarmi cose. andreagelato

Quella volta però mio padre non fece più di dieci chilometri. Da S. Marinella, dove abitavo allora, arrivammo al castello di S. Severa; si poteva ancora parcheggiare sulla destra dell’entrata, in modo da vedere bene il mare. Faceva troppo freddo, e c’era troppo vento, per scendere sulla spiaggia. Stavamo lì, a parlare di cose quotidiane. Per poco però, ero un bambino di poche parole.

Nel silenzio che durava da un po’, dissi a mio padre: “Facciamo un gioco?” – non ricordo cosa rispose. Presi un foglio A4 dal blocco per la scuola e disegnai degli aeroplanini stilizzati lungo il lato corto, con la punta rivolta verso l’altro lato. Tutti della stessa grandezza, una ventina. Chiesi a mio padre di fare altrettanto dal suo lato del foglio.

Poi dissi: “adesso chiudiamo gli occhi a turno e con la penna fai partire da un tuo aereo una linea dritta, come un missile. Gli aerei miei che tocchi con la linea sono abbattuti, e perde chi rimane senza aerei”.

Cominciammo quel gioco che durò tutto il pomeriggio, fino all’ora del rientro. Mio padre mi diede in mano il mensile, i soldi per “gli alimenti”, corsi a casa e tornai da lui per la ricevuta. Ci salutammo come al solito.

Perché ho questo ricordo così nitido? Sono passati certamente almeno trent’anni. Trenta anni. T r e n t a  a n n i. Quando vedo in tv immagini di quegli anni – gli anni del Mondiale ’82, gli anni del primo Craxi, gli anni di Like a Virgin e Born in the U.S.A., di Gorbačëv – mi accorgo che è passata un’èra. La velocità della tecnologia è aumentata, così come la sua capacità di modificare il nostro quotidiano.

Che cosa mi ha fatto rimanere per trent’anni nelle orecchie quel rumore di mare, negli occhi dei piccoli aerei stilizzati, nel naso l’odore di una plastica per cruscotti che non si usa più? Che cosa continua inesorabilmente a portarmi lì, dopo trent’anni?

Mio padre rideva. Facevamo questo banalissimo gioco con un A4 e una penna, e lui rideva. I ricordi che ho di mio padre che ride con me – insieme a me e per una cosa che sta facendo con me – sono pochissimi.

Quando è toccato a me farlo, e quando leggo e sento di padri che non sanno cosa fare con i loro figli, intanto avevo questa risposta. Padre e figlio che ridono, e nient’altro.

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2 thoughts on “Storie #6

  1. Che ricordo struggente.
    Anche io, nonostante il rapporto difficile con mio padre, ricordo come ridesse e giocasse con me. Stare ed esserci, sopratutto con la mente, questo vogliono i figli da noi.

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