Fratelli

Ho due figli, sono fratelli. Avevo chiaro in mente che ne avrei voluti più d’uno, perché non volevo fare ripetere loro la mia esperienza di figlio unico. Nel complesso il mio status di figlio unico non è stato in sé nulla di traumatico – ma stare solo in certe circostanze della mia infanzia e adolescenza non m’è proprio piaciuto, tutto qui. Ma probabilmente perché non avevo, nella sostanza, un genitore.

fratelli Adesso come padre ho il problema di confrontarmi con qualcosa di cui non so niente. Vedo che il rapporto tra Ivan e Andrea, pure con tre anni e mezzo di differenza che alla loro età (8 e mezzo e 5) sono tanti, è solidissimo. Si difendono, si cercano, si vogliono in quasi tutte le cose che fanno. Probabilmente tutto questo passerà trasformandosi in un rapporto di un altro tipo, ma per ora quella che ho davanti è una solidissima fratellanza con (e contro, alle volte) la quale ho pochissime risorse.

A questa mia difficoltà si aggiunge il fatto che non potevano nascere più differenti di così. Nell’aspetto uno somiglia a me, l’altro alla madre. Nel carattere uno è introverso, riflessivo, sensibile e dalla memoria di ferro; l’altro è un frenetico spalmatore di sé ovunque, che prima fa e poi ci pensa, e cambia d’umore in un istante. Quindi, le strategie di comunicazione, i linguaggi, gli atteggiamenti, devono essere diversi, perché loro due sono persone molto diverse.

E sono fratelli. Sono cioè una cosa (una cosa) che non riesco a capire bene. Per esempio, non capisco perché se chiedo a uno risponde l’altro. Non capisco perché se chiedo a uno di fare una cosa, questo lo chiede all’altro e l’altro la fa – e alle mie rimostranze, se la prendono entrambi con me.

Mi sembra che in ogni loro scelta comune – quale film o quali cartoni animati vedere, quale gioco fare, in quale parco andare – uno prevalga sull’altro, e cerco di correggere questo modo di fare; invece questo è il loro modo di stare insieme, e io non lo capisco. Penso da una posizione astratta quale dovrebbe essere il loro rapporto, mancando troppo spesso di apprezzare i risultati del loro modo di gestirlo: la solidità della loro fratellanza, l’aiuto reciproco nel momento del nostro rimprovero, il ricorrere del piccolo alle spiegazioni del grande e del grande alla manualità del piccolo.

Stanno facendo un’esperienza che io non ho vissuto, e i cui risvolti non solo non devo giudicare – com’è giusto nel rispetto per loro – ma non posso giudicare, perché non ne ho i mezzi. La mia percezione di ciò che accade tra loro ha un grosso limite rappresentato dalla mia ignoranza del “fratello” tra le possibili relazioni.

Non posso farci niente, questa è una cosa che devo imparare da loro, e non loro da me.

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