Lo specchio vivente

Sono tuoi figli, mi dico, è ovvio e naturale che, tutti o in parte, abbiano anche i tuoi stessi difetti. Quello che è complesso da gestire, però, è il come affronti quei difetti, proprio perché sono anche i tuoi. In un certo senso, tu senti che sono anche i tuoi, e sei portato a alterare il tuo comportamento in reazione a essi: o con un eccesso di indulgenza, proprio perché quel difetto lo comprendi e/o giustifichi in quanto tuo, o perché con un eccesso di forza perché non vuoi che, tra i tanti che potrebbe avere, tuo figlio abbia proprio quello che hai tu, e che detesti tanto in te stesso.

2013-05-23 18.05.40 In entrambi i casi, ciò che vedi di tuo in tuo figlio non ti piace, e provoca una reazione non solo al comportamento sbagliato e che non approvi, ma anche al fatto che quello è anche il tuo comportamento, che adesso fa anche danni, o provoca insoddisfazioni, o sembra molto più sconveniente. Poche cose inchiodano un padre alle proprie responsabilità come la frase “lo fa anche papà”, “è come papà”, “ma lo dice anche papà” a giustificare o spiegare un atto spiacevole e maleducato.

Non va neanche sottovalutato che questo riconoscimento di una diretta filiazione del comportamento, del difetto, dell’inclinazione caratteriale sia anche molto appagante: “è proprio mio figlio” lo diciamo, noi papà, sconsolati e impotenti davanti all’ultima malefatta che ricalca un malvezzo paterno; ma, non a caso, è la stessa frase che pronunciamo quando nostro figlio ottiene un successo.

Ho paura, nel mio quotidiano essere padre, che l’attribuire etichette come “difetto” o “qualità” agli aspetti del carattere che io riconosco come anche miei nei miei figli possa impedire loro, in qualche modo, di declinarli come caratteristiche delle loro personalità, che si stanno formando sotto i miei occhi. Forse dovrei sforzarmi di non far presente – a me, a loro, a chi ci sta intorno – che quelle caratteristiche le hanno “prese da me” o “prese da mamma” o dai nonni o da chissà quale avo. La tentazione di immaginare i figli come una somma casuale – ma esatta – di caratteristiche c’è, indubbiamente, perché è molto appagante e tranquillizzante. E’ un modo come un altro di bloccare il mistero, l’ignoto, il non conosciuto che alberga in loro, che è loro, in quanto persone diverse da me.

Arriverà – lo sento raccontare da padri più grandi di me – il giorno che Ivan e Andrea mi appariranno come estranei, diversi, saranno “cresciuti”. Sarà un dolore, indubbiamente – e lo immagino certamente molto amplificato dallo scoprire che quelle cose che sembravano mie non ci sono più, o forse sono anche peggiorate nei loro sgraditi effetti; ma sento che c’è qualcosa che non va, in questo modo di porre le cose.2013-05-23 18.00.29

Non discuto il fatto che alcune caratteristiche caratteriali siano trasmesse per via genetica – non lo so con certezza né è questo il problema. Quello che mi chiedo è: conviene riconoscersi nei propri figli per quelle caratteristiche? I miei figli non nascono dal mio corpo, e per questo non posso negare che la tentazione di percepire, di leggere, di constatare nei loro comportamenti una cosa “mia” sia fortissima. Se tra queste cose ce n’è una che mi piace, devo essere onesto e ammettere che senza il resto del contesto familiare non sarebbe mai emersa così, come piace a me – non è solo merito mio. Se ce n’è una che non mi piace, devo essere altrettanto onesto e lavorare per cambiarla in me e anche in mio figlio – è il minimo che devo a lui e a me.

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2 thoughts on “Lo specchio vivente

  1. no, ce l’ ho anch’io e sono nati dal mio corpo. Ma mi sembra di prenderla con maggiore leggerezza e nella consapevolezza che tutto nelle persone, e quindi nei miei figli, va, viene, passa o resta a seconda delle circostanze. e le loro non sono le mie.

  2. Io invece fin da quando Meryem era piccolissima fatico a riconoscere in lei tratti di me. Forse, ora che è più grande, alcune espressioni facciali, che a tratti fanno sì che mi somigli un po’. Lei mi è sempre sembrata molto lei, non so se mi spiego. Nel bene e nel male.

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