Tu che non parli, io che non capisco

“Ivan, com’è andata a scuola oggi?” “Tutto bene”. E fine così.

Il tempo in cui non sono con loro è un grosso problema per me. Vorrei sapere di più su cosa succede loro, ma ormai da qualche tempo – più o meno da quando sanno districarsi bene con il linguaggio – è sempre molto difficile carpire qualche informazione in più della constatazione qui sopra. Andrea è più chiacchierone, e con qualche domanda azzeccata, e qualche ricompensa promessa, posso sperare di sapere di più; Ivan fa capire chiaramente che o lo inchiodo con un terzo grado, o ha altre cose da pensare che fare la relazione giornaliera a me.

E’ un banco di prova molto duro per la mia autorità paterna, perché non si tratta solo di capire se a loro è successo qualcosa di importante, di significativo per spiegarglielo o farmi sentire accanto a loro; c’è il problema di mediare tra un mondo, una cultura che già è arrivata a farsi sentire prima e più di me, e la mia idea di come loro dovrebbero affrontare quel mondo, quella cultura. E’ normale che nella loro giornata io arrivi, per esempio, dopo la maestra, dopo il compagno di classe, dopo i nonni; e mi tocca spesso raccogliere frammenti di una giornata già riempita di parole, valori e gesti altrui che devo dipanare per capirci qualcosa. E senza stressarli troppo, ovviamente – se no, addio comunicazione.

??????????Abbiamo solo le parole, ma non sempre funzionano, perché cominciamo a usare lessici diversi. Mi accorgo dei loro primi adeguamenti a comportamenti standard  – maschi così e femmine colà, tanto per dire una delle cose alle quali sto attentissimo – e sento nelle loro parole l’ingresso di linguaggi che non sono quelli miei, di Nicoletta, della nostra “casa”. E allora devo cominciare un complesso rapporto “triangolare” disponendo tra me e loro non un linguaggio diretto e basato sulla memoria volontaria, diciamo così, ma che funzioni per forze, energie e allusioni oblique che aiutino la loro espressione, il loro lavoro su certi argomenti.

Scegliamo cartoni animati definibili “queer”, senza troppi stereotipi sessisti; stimoliamo una curiosità “scientifica” e critica nell’approccio ai fenomeni, evitando spiegazioni magiche o cause di forza maggiore; mediamo tra ironia e rispetto dei ruoli, in modo da evitare imposizioni o vizi di comportamento; stigmatizziamo con l’empatia piuttosto che stroncare con il cinismo. Ma è tutto molto molto difficile.

“Là fuori” – lo so che è un luogo comune, ma a volte servono anche loro eh – c’è un mondo sul quale ho pochissima influenza, ma che pure devo riuscire a filtrare in qualche modo verso i miei figli; loro sono più lì fuori che con me, per mille motivi. E devo mettere in conto che capirò sempre meno di ciò che accade loro se non attraverso le loro parole, che però andando avanti saranno sempre meno le mie e sempre più le loro; così come il mio punto di vista, prima o poi, sarà uno dei tanti e non quello, onnipotente e onnipresente, del papà.

Il corpo, il gesto, l’abitudine, devono diventare anch’essi importanti linguaggi a supporto di una verbalità che non sempre è possibile né completa, né – ammettiamolo – del tutto affidabile. Per un padre è sempre più difficile affidarsi al non dicibile, ma vedo che è sempre più necessario.

Dàje.

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2 thoughts on “Tu che non parli, io che non capisco

  1. Credo che sia necessario aumentare sensibilmente il senso della vista e dell’udito. Per cercare di cogliere certe sfumature nel linguaggio, quelle poche parole, e in quella comunicazione non verbale che spesso trascuriamo. Dopo tutto, con la nascita dei figli i sensi migliorano sensibilmente da soli, come quando riusciamo a sentire qualsiasi lieve movimento o il cambio del respiro dalla loro stanza vicina durante la notte.

    Mi rendo conto che già da piccoli (nido e materna) passano tante ore fuori di casa, durante i giorni di lavoro più fuori che dentro. Con una vita che neanche conosciamo se non per sentito dire (e molte volte neanche da loro). Sempre più attori ci spingono indietro, volontariamente o meno, nel nostro ruolo educativo. Non credo che basti sperare che trovino gli amici giusti, e che non trovino quelli sbagliati, bravi insegnanti, o almeno non pessimi. Sono convinto che questo ruolo educativo in prima fila si debba conquistare giorno dopo giorno, al di là del poco o tanto tempo a nostra disposizione.

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