Geometrie

provaCominciamo col poligono più comune, forse: il triangolo. Quello cioè che si crea quando si tratta il figlio o la figlia come uno dei vertici della figura di un rapporto a tre, nel quale vogliamo far arrivare qualcosa alla nostra compagna attraverso un uso, diciamo così, strumentale di un figlio/una figlia.

Per farla breve, è la situazione esemplificata dal caso in cui, dopo una qualunque malefatta di un membro della prole, chiamiamo la nostra compagna e diciamo “guarda tuo/a figlio/a cos’ha combinato”. E’ una situazione tanto odiosa quando facile da far capitare. Purtroppo fa grossi danni, credo – ovviamente, quando non c’è ironia.

Prima di tutto, si usano i figli come mezzo e non come fine. Al di là di quanto potrebbe prendersela Kant, è proprio un grave torto fatto al figlio preso in mezzo, che da questa situazione non ha nulla da imparare, anzi. Attribuendo tutta la responsabilità di quanto accaduto a lei, stiamo implicitamente affermando che noi non c’entriamo nulla con le (brutte) abitudini che hanno portato al gesto tanto esecrabile. Ossia, il papà che se ne esce con quella frase (o altre simili) dice che lui con l’educazione del figlio non c’entra niente, che non ha avuto voce in capitolo. Infatti, il figlio è tanto lontano da lui che manco lo riconosce come proprio.

Poi, coinvolgendo l’esclusiva responsabilità della sua compagna, il papà che mette in piedi questo triangolo svilisce completamente il figlio/la figlia, definendolo incapace di qualunque decisione autonoma, ancorché sbagliata: lui o lei si ritrovano testimoni del fatto che non sono responsabili di quello che fanno, soprattutto se si tratta di qualcosa di (presunto come) sbagliato. Altra bella mossa educativa.

A questo genere di atteggiamento appartengono anche tutte quelle “tattiche” messe in campo come una finta difesa dall’altro genitore, sul tipo “mamma è fatta così, lasciala stare”. Di nuovo si crea un triangolo di poteri nel quale il papà, stavolta, si fa trovare ancora in una posizione opposta alla mamma, ma stavolta vicina al/la figlio/a creando un ombrello di comprensione deresponsabilizzante e svilente – stavolta la svilita è la compagna/mamma.

In entrambi i casi, il gesto di trasformare quello che dovrebbe essere un campo fluido e mutevole di rapporti energetici – l’ambiente familiare – in una rigida disposizione geometrica, danneggia qualcuno. Il bilancio dei diritti e dei doveri nell’ambito familiare, che pure ci deve essere, non può essere ripartito a seconda dell’occasione, per cui in certi casi “è tuo/a figlio/a” e in altri “è mio/a figlio/a”. Non ha senso darsi dei ruoli fissi e rigidi (il papà controllore e giudice, la mamma curatrice e consolatrice) perché nessuna occasione va affrontata rigidamente; né mi pare molto educativo presentarsi alla prole con una specie di ruolo fisso, di maschera teatrale. Ancora meno senso ha mandare messaggi alla propria compagna attraverso la critica delle azioni della prole, come se quest’ultima fosse uno specchio o un prodotto solo della sua volontà, come se fosse possibile, in qualunque gesto di un/a figlio/a, che uno dei due genitori “non c’entri niente”.

Sono sempre molto spaventato da espressioni che rivelano un ruolo salvifico o distruttivo dei figli riguardo la solidità del rapporto tra i genitori. Nella frase “fare un figlio ha salvato il nostro rapporto” o “la nascita di nostro figlio ha distrutto la nostra unione” vedo una pericolosa strumentalizzazione di questo ultimo arrivato, che così va a comporrre un triangolo di rapporti ora benefico ora pernicioso. Ruolo che, prima o poi, infallibilmente gli verrà ricordato, “nella buona o nella cattiva sorte”, come una sua responsabilità. Cosa che non è, non può essere. Non vedo come l’esplosione di responsabilità e di felicità che l’arrivo di un figlio comporti possa modificare qualcosa di già impostato per un certo verso tra i due genitori – al più, l’amplifica, la fa collassare, la fa esplodere. O la sotterra.

Ho visto tanti uomini avere la vita cambiata dall’arrivo di un/a figlio/a, e non è sempre andata bene, non sempre questo stravolgimento, anche se atteso e voluto, ha portato poi a un esito felice. Molti di essi hanno attribuito spesso alla presenza di un/a figlio/a un cambiamento nel rapporto con le proprie compagne che viene avvertito come un tradimento, una mancanza, una sgradita sorpresa. Rimango sempre molto colpito dal fatto che pochissimi padri individuano in questo loro atteggiamento anche – e forse, soprattutto – un severo giudizio su se stessi.

Ho scritto sopra ‘un campo fluido e mutevole di rapporti energetici’ per definire l’ambiente familiare. Mi pare un’immagine azzeccata, tenendo conto del fatto che uno o più degli elementi coinvolti sono esseri umani che crescono, e che di solito due di essi sono adulti che proprio per queste presenze sono coinvolti anche loro in un processo di crescita e di acquisizione di nuove esperienze e responsabilità. Tutto questo mi pare incontenibile in uno schema geometrico rigido e spigoloso come può essere un triangolo (o un quadrilatero, o il poligono che ritenete più adatto). Anche se, i padri dovrebbero ammetterlo, i ruoli rigidi e stereotipati sono molto comodi, soprattutto per chi si arroga quello più “forte”.

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One thought on “Geometrie

  1. Lungi da me voler essere esempio, ma io ho iniziato con un piccolo esercizio che poi, a ben vedere, serve anche nella vita: ho inziato a denunciare con mia molgie (nel senso che lo dico solo a lei) gli aspetti più “rognosi” dei miei figli che assomigliano ai miei. Tipo: “Quanto è così testardo somiglia proprio a me”.
    Mi è utile, mi fa da specchio. Mi aiuta anche a rassicurarli che li capisco, che possiamo uscirne insieme. Comunque il mio poligono è necessariamente il pentagono. Fa molto intervento armato, mi rendo conto 😉

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