Bambini sui social, social sui bambini

Frequentando i social network mi arrivano spesso messaggi allarmanti, come credo arrivino a tanti altri genitori. Messaggi che sconsigliano di mettere online foto dei miei figli per vari motivi, principalmente condensati in due questioni: 1) i pedofili saccheggiano le bacheche dei privati per i loro sordidi traffici, 2) non è giusto, a prescindere dagli eventuali pedofili, riempire il web di loro immagini che in futuro potrebbero essere imbarazzanti per loro, visto che non hanno certo né la consapevolezza né la capacità di gestire il consenso e l’uso dei supporti digitali che li raffigurano; e poi così facendo 3) si ritroveranno schedati da molte forme di potere e di autorità, senza che loro abbiano potuto scegliere.

1) A prescindere dalla quantità dei casi di pedofilia che hanno direttamente interessato lo strumento dei social network in senso attivo o passivo – come strumenti di adescamento o come depositi di immagini o informazioni – io preferisco agire contro i mali piuttosto che contro i sintomi. Viviamo in una società che sessualizza pesantemente i bambini, e non c’è bisogno di pensare alla pedofilia: basti pensare alle immagini di tante riviste che presentano come “moda” ciò che è una semplice strumentalizzazione del corpo di minorenni. Oppure si può fare un istruttivo giro in un grande magazzino di giocattoli, dove la rigida divisione in cose da maschi e da femmine parla da sola: comprare un biliardino a una bambina vi fa passare per tipi molto originali, se non gente con delle strane opinioni – e invece, chi addobba scaffali rosa con attrezzi per collaboratrici domestiche in miniatura sarebbe “normale”?

Facciamo qualcosa per questa cultura che sessualizza i bambini, visto che non c’è bisogno di specializzazioni mediche per farlo. Poi vedremo quando e come occuparci della pedofilia ancora circolante. post

2) Indubbiamente io non chiedo il consenso ai miei figli, per mettere loro foto qui e sui social network che uso. E questo è, letto esclusivamente in questo modo, un abuso. Però manca, in questa frettolosa analisi, un dato importante: loro sono anche nella mia vita, e la mia vita è in stretta relazione con la loro. Quando racconto di loro, io sto raccontando della cosa (probabilmente) più importante della mia vita, non della loro. E non ho alcuna voglia di rinunciare a condividerla, dato che è così bella.

E’ chiaro che, in senso stretto, è un abuso anche averli messi al mondo: non ho certo chiesto loro il permesso, è stata una mia decisione ed è una mia responsabilità, entrambe condivise con la mia compagna. Il senso di questa decisione e il diritto di questa responsabilità li devo guadagnare ai loro occhi giorno per giorno, lavorando per migliorare questo mondo nel quale li ho messi. Per esempio,  usando rispettosamente i ricordi condivisi, non abusando dei social network, battendomi per un uso non violento delle immagini di corpi altrui.

3) Non mi sono mica dimenticato che, ancora commosso e distrutto dall’emozione della loro nascita, sono stato obbligato a registrarli davanti all’autorità pubblica, la quale mi ha immediatamente trasmesso, appena nati, il loro codice fiscale. Pensate davvero che sia tramite i social che veniamo schedati da poteri e autorità? Mi sembra una visione un po’ ingenua.

Se e quando toccherà a loro portare parti di sé nel mondo digitale e della rete, indubbiamente i miei figli troveranno già qualcosa di loro che non hanno scelto. Beh, succede anche nella “vita reale”, dove tanto per cominciare hanno un padre: come residuo del passato che loro non hanno scelto non è poco.

Troveranno il modo di liberarsene che a loro piace di più, ne sono certo. E’ uno dei miei compiti di padre.

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