La paura del buio e la paura del bullo

Andrea ha otto anni compiuti e ha paura del buio.

E’ strano che abbia questa paura, conoscendo il suo carattere aperto, la sua faccia tosta, la sua capacità di attaccare bottone con perfetti sconosciuti. Eppure ha ancora tanti comportamenti che tradiscono la sua età: cerca ancora tanto il contatto fisico con me e con la mamma, vuole essere rassicurato ogni volta che va a dormire, ha paura di restare solo anche in una stanza con noi di là. Mi parla di mostri, detesta un Bosch appeso alla parete del corridoio perché ne è pieno, si addormenta anche nella più torrida estate con la faccia sotto il lenzuolo – e tocca andare a scoprirlo prima che s’inzuppi di sudore.

dsc_0063 Ci sono tante teorie sulla paura del buio, e poi comunque passerà anche questa, non ci stiamo a preoccupare. Ma mi scontro di continuo con la mia inutile e stupida volontà di razionalizzare e di provare a dimostrargli in qualche modo che non c’è nulla di cui aver paura. Come se potesse servire a qualcosa. E poi mi arrabbio con me stesso perché tento di fare qualcosa che comunque non servirebbe: fosse anche solo il suo desiderio di sentirsi vicino a noi, di non sentirsi solo, a che servono i ragionamenti? Non è stupido, ha paura. Col ragionamento non ci posso risolvere niente.

Ivan tra poco avrà dodici anni e ha paura del bullo.

Per fortuna non c’è nessun bullo tra le sue amicizie, solo qualche cretino – ma oh, Ivan, quella è la media della popolazione, non è che diminuiscono crescendo, eh. Ha paura di essere colpito, di essere maltrattato, di non saper reagire – ha paura della violenza. Spesso lo vedo a disagio anche tra i giochi e i gesti goliardici dei compagni, e come per Andrea mi rendo conto che le spiegazioni non possono bastare. La paura non è verbale, anche se può essere trasportata dalle parole, e non la si può combattere con le parole.

Serve fare esperienza di un contatto fisico diverso, serve percepire il proprio corpo in modo diverso, imparare a rispettare e a far rispettare un proprio spazio che è legato alla nostra stessa identità e alle sensazioni più intime, che sono depositate più in là dell’epidermide, più in fuori. E non si fa a chiacchiere, ma nei contesti più controllati e di fiducia come il gioco tra fratelli, il contatto con i genitori, lo sport, l’arte marziale. E’ il corpo che deve imparare la differenza tra la violenza e il divertirsi anche con qualche livido; è il corpo che deve imparare i meccanismi non verbali del consenso, dell’accettazione o del rifiuto del corpo altrui, dell’ambiente, della costrizione.

Un padre che straparla e ragiona serve a pochissimo, in tutto ciò.

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