“Essere qualcuno”

Eh, niente, è arrivato quel momento. Pensavo fosse più in là, ma dicono che oggi crescono in fretta, quindi eccoci. Io e Ivan abbiamo avuto il primo colloquio sul tema ‘ragazze’. Non è andata proprio come pensavo e non importa tutto quello che ci siamo detti, perché mi ha profondamente colpito una sola cosa.

«Papà, ma per fare colpo sulle ragazze e conquistare il loro cuore devo essere qualcuno? Devo essere un vincente?»

cicciLa mia risposta, e la lunga spiegazione seguente, credo sia ovvia. Quello che mi ha, ancora una volta, sorpreso, è stato capire quanto poco possa fare una famiglia, nella quale certi modi di volere e di rappresentare un potere non esistono, contro questi stereotipi terribili – il fatto che siano molto diffusi e tradizionali non mi convincerà mai che sia giusto continuare a diffonderli. La resistenza alla violenza sociale deve pur cominciare da qualcuno; eccoci.

Noi, suoi genitori, non crediamo che sia opportuno isolare chi cresce dal mondo circostante, dove evidentemente gli stereotipi maschilisti e patriarcali continuano a imperversare; dobbiamo solo riconoscere che la nostra azione dovrà essere sempre “a posteriori”, perché la stragrande maggioranza delle manifestazioni simboliche intorno a Ivan, come intorno ad Andrea – media, linguaggi, immagini – raccontano ancora quei valori distorti, quelle relazioni dispari, quei rapporti ingiusti.

Sollevato dal fatto che ne ha parlato con me, proseguo insieme a lui, a loro, una lotta comune: da padre, da uomo, da cittadino, da tutte quelle maschere che mi sono state costruite addosso, contro e attraverso tutte quelle maschere. Il lavoro critico comincia anche così, con lo smontare quell’«essere qualcuno» tanto decantato dalla società che abbiamo intorno, e che è solamente un contenitore vuoto, ingombrante e pesante da sopportare.

 

Tu che sei diverso

In una cultura che si mostra sempre più ostile a qualunque diversità, a qualunque differenza da standard imposti da maggioranze perlopiù ipocrite e poco interessate ad approfondire qualunque esperienza, ci vuole molto poco per essere etichettati come strani, particolari, diversi, forse malati, chissà. Va bene qualunque etichetta pur di salvaguardare un’immagine falsa ma rassicurante; va bene replicare qualsiasi espressione, foss’anche un insulto, se ripete la confortevole sensazione di aderire a un modello consolidato, opportuno, privilegiato, di moda. uno

Ivan, tu che leggi di tutto e già da molti anni, che ti porti da leggere a scuola e ti fai rimproverare perché leggi altro durante le lezioni; tu che a ricreazione disegni nel tuo libretto di pagine bianche; tu che preferisci sempre la fantasia; tu che baci e abbracci tutti, che dici “ti amo” a tutte le ragazze e chiedi di esserti amico a tutti i ragazzi; tu che non sopporti la minima ingiustizia; tu che brontoli il tuo indomabile dissenso; tu che apri la tua diga dei sentimenti, ma che non chiedi neanche il nome a una ragazza che ti bacia, imbarazzatissimo; tu che predichi sempre di volersi bene e di non litigare, tu sei stato chiamato più volte, da qualche compagno di scuola, “gay”.

due Andrea, tu che sei sempre allegro e coinvolgente, vuoi giocare a tutto e ti presenti a tutti, non esistono barriere che non provi a superare con il tuo sorriso, non esiste musica che non vuoi ballare; tu che se sei in giornata positiva trascini tutti a dare il meglio, e se sei di cattivo umore non si riesce a stare in pace intorno a te; tu che non riesci a sopportare nessuna violenza e che reagisci con rabbia alle prese in giro, tu che non sopporti divisioni e che non trattieni una reazione neanche costretto, tu sei stato chiamato più volte, da qualche compagno di scuola, “principessa brutta”.

Ci è toccato allora prendervi da parte e darvi lunghe spiegazioni sul linguaggio, sulle discriminazioni, sulle cose da ignorare e quelle a cui reagire, sulla difficoltà di accettare chi non è simile a noi, sull’educazione che tanti ancora impartiscono ai loro bambini e alle loro bambine.

Noi lo sapevamo, e ora lo sapete anche voi. Il mondo non è pronto per certe cose, ma voi sì; vi tocca provare a migliorarlo, per starci meglio tutti. Buona fortuna.

Tu che non parli, io che non capisco

“Ivan, com’è andata a scuola oggi?” “Tutto bene”. E fine così.

Il tempo in cui non sono con loro è un grosso problema per me. Vorrei sapere di più su cosa succede loro, ma ormai da qualche tempo – più o meno da quando sanno districarsi bene con il linguaggio – è sempre molto difficile carpire qualche informazione in più della constatazione qui sopra. Andrea è più chiacchierone, e con qualche domanda azzeccata, e qualche ricompensa promessa, posso sperare di sapere di più; Ivan fa capire chiaramente che o lo inchiodo con un terzo grado, o ha altre cose da pensare che fare la relazione giornaliera a me.

E’ un banco di prova molto duro per la mia autorità paterna, perché non si tratta solo di capire se a loro è successo qualcosa di importante, di significativo per spiegarglielo o farmi sentire accanto a loro; c’è il problema di mediare tra un mondo, una cultura che già è arrivata a farsi sentire prima e più di me, e la mia idea di come loro dovrebbero affrontare quel mondo, quella cultura. E’ normale che nella loro giornata io arrivi, per esempio, dopo la maestra, dopo il compagno di classe, dopo i nonni; e mi tocca spesso raccogliere frammenti di una giornata già riempita di parole, valori e gesti altrui che devo dipanare per capirci qualcosa. E senza stressarli troppo, ovviamente – se no, addio comunicazione.

??????????Abbiamo solo le parole, ma non sempre funzionano, perché cominciamo a usare lessici diversi. Mi accorgo dei loro primi adeguamenti a comportamenti standard  – maschi così e femmine colà, tanto per dire una delle cose alle quali sto attentissimo – e sento nelle loro parole l’ingresso di linguaggi che non sono quelli miei, di Nicoletta, della nostra “casa”. E allora devo cominciare un complesso rapporto “triangolare” disponendo tra me e loro non un linguaggio diretto e basato sulla memoria volontaria, diciamo così, ma che funzioni per forze, energie e allusioni oblique che aiutino la loro espressione, il loro lavoro su certi argomenti.

Scegliamo cartoni animati definibili “queer”, senza troppi stereotipi sessisti; stimoliamo una curiosità “scientifica” e critica nell’approccio ai fenomeni, evitando spiegazioni magiche o cause di forza maggiore; mediamo tra ironia e rispetto dei ruoli, in modo da evitare imposizioni o vizi di comportamento; stigmatizziamo con l’empatia piuttosto che stroncare con il cinismo. Ma è tutto molto molto difficile.

“Là fuori” – lo so che è un luogo comune, ma a volte servono anche loro eh – c’è un mondo sul quale ho pochissima influenza, ma che pure devo riuscire a filtrare in qualche modo verso i miei figli; loro sono più lì fuori che con me, per mille motivi. E devo mettere in conto che capirò sempre meno di ciò che accade loro se non attraverso le loro parole, che però andando avanti saranno sempre meno le mie e sempre più le loro; così come il mio punto di vista, prima o poi, sarà uno dei tanti e non quello, onnipotente e onnipresente, del papà.

Il corpo, il gesto, l’abitudine, devono diventare anch’essi importanti linguaggi a supporto di una verbalità che non sempre è possibile né completa, né – ammettiamolo – del tutto affidabile. Per un padre è sempre più difficile affidarsi al non dicibile, ma vedo che è sempre più necessario.

Dàje.

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