Le parole al contrario

Camminavamo, io e i bambini, in giro nel nostro quartiere. Avevo già visto quel manifesto e ne avevo già scritto e parlato, ma ora lo hanno visto anche loro, insieme a me. “Papà, ma che vuol dire?”.

Non è stato facile rispondere a Ivan e Andrea alla domanda che in realtà mi avevano posto, e che era “papà, cosa sono l’omofobia e la transfobia?”. Mi sono congratulato con me stesso perché conoscere tante persone omo e trans, e condividere con loro idee, lotte, parole e presenze mi ha permesso di sapere cosa dire – e di chiedere conferma nel caso avessi detto sciocchezze o avessi usato qualche stereotipo sbagliato. Perché – lo sapete, vero? – vivendo in una società sessista e patriarcale nessuno può dirsi “immune” da qualche violenza linguistica, mai. Serve un impegno costante e quoitidiano, e la verifica con le persone che hai intorno.

La tentazione della risposta facile è molto forte, è difficile resisterle. Però ci sono riuscito; ma non immaginavo che mi aspettasse un compito più complicato, subito dopo. “Papà, ma allora perché scrivono ‘basta violenza di genere’ se invece la fanno loro? Perché usano le parole al contrario?”

Ecco.

Mi dispiace tanto, amori miei, questa risposta non ho potuto renderla tanto semplice. Ho dovuto spiegarvi il potere delle parole, della visibilità politica e la volontà di ingannare, di mentire per averli; ho dovuto spiegarvi cos’è l’ipocrisia, e perché la si usa quando si ha paura; ho dovuto spiegarvi che anche per pochi soldi molte persone sono disposte a vendere la propria intelligenza o a ingannare quella altrui facendo credere cose false – cose che fanno soffrire tante altre persone. Ho dovuto spiegarvi che per difendere la propria posizione di potere tanti e tante sono disposti e disposte a spendere soldi per un autobus che gira l’Europa a dire cose false, violente e vergognose. Anche sapendo benissimo che faranno male ingiustamente a tanti e tante.

Le parole al contrario, amori miei, si possono usare anche per fare male, non solo per far ridere. Adesso lo sapete.

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“Essere qualcuno”

Eh, niente, è arrivato quel momento. Pensavo fosse più in là, ma dicono che oggi crescono in fretta, quindi eccoci. Io e Ivan abbiamo avuto il primo colloquio sul tema ‘ragazze’. Non è andata proprio come pensavo e non importa tutto quello che ci siamo detti, perché mi ha profondamente colpito una sola cosa.

«Papà, ma per fare colpo sulle ragazze e conquistare il loro cuore devo essere qualcuno? Devo essere un vincente?»

cicciLa mia risposta, e la lunga spiegazione seguente, credo sia ovvia. Quello che mi ha, ancora una volta, sorpreso, è stato capire quanto poco possa fare una famiglia, nella quale certi modi di volere e di rappresentare un potere non esistono, contro questi stereotipi terribili – il fatto che siano molto diffusi e tradizionali non mi convincerà mai che sia giusto continuare a diffonderli. La resistenza alla violenza sociale deve pur cominciare da qualcuno; eccoci.

Noi, suoi genitori, non crediamo che sia opportuno isolare chi cresce dal mondo circostante, dove evidentemente gli stereotipi maschilisti e patriarcali continuano a imperversare; dobbiamo solo riconoscere che la nostra azione dovrà essere sempre “a posteriori”, perché la stragrande maggioranza delle manifestazioni simboliche intorno a Ivan, come intorno ad Andrea – media, linguaggi, immagini – raccontano ancora quei valori distorti, quelle relazioni dispari, quei rapporti ingiusti.

Sollevato dal fatto che ne ha parlato con me, proseguo insieme a lui, a loro, una lotta comune: da padre, da uomo, da cittadino, da tutte quelle maschere che mi sono state costruite addosso, contro e attraverso tutte quelle maschere. Il lavoro critico comincia anche così, con lo smontare quell’«essere qualcuno» tanto decantato dalla società che abbiamo intorno, e che è solamente un contenitore vuoto, ingombrante e pesante da sopportare.

 

Una lettera

Amori di papà,

immaginavo, diventando padre, che avrei dovuto ricredermi di tante cose che sentivo sul ruolo e sul compito di un padre. Mi dicevo che sicuramente l’esperienza sarà diversa dalle tante chiacchiere che se ne fanno; infatti è andata, e sta andando, proprio così. Però non nel modo che speravo.
Quello che non immaginavo, più di dieci anni fa, era che mi sarei dovuto occupare così spesso e così da vicino di questioni economiche tanto pressanti. Sapevo – da studioso di cose umanistiche – che non sarei mai diventato ricco, ma non immaginavo di dover preoccuparmi così tanto del mio, e quindi del vostro, futuro economico.
Attualmente non so quanto il mio contratto a tempo indeterminato, che pure è un sogno di molti, avrà valore: sono pur sempre il dipendente di una classica florida azienda familiare italiana, che dipende dalla vita e dai desideri del suo proprietario, ideatore e unico dirigente. Se domani decide che è stufo e che vuole passare il resto dei suoi giorni a godersi i beni che ha, non posso oppormi realmente in nessun modo; e trovare un altro lavoro non sarebbe affatto facile.DSC_0692
Ed eccoci qui, quindi, a fare nel presente discorsi molto tristi riguardo i vostri regali, le vostre attività sportive, i vostri desideri – insomma, tutto ciò che costa e che non so mai se e quando possiamo permetterci. I discorsi sul futuro è meglio proprio non affrontarli. Non ce n’è né il tempo, né la voglia, né i mezzi per farlo.
Imparerete quindi, da questa buona scuola – è il caso di approfittarne, visto che la realtà è così – che i valori economici sono labili e poco saldi, e che non è il caso di basarsi troppo su di essi. E’ il caso invece, e questo provo a insegnarvi insieme alla mamma, di diventare persone non violente, capaci di senso critico come di fantasia, oneste e rispettose verso gli altri e se stessi, pronte a esprimersi e a difendere il diritto di farlo in ogni circostanza, aperte all’amore e alle esperienze più diverse. Questi sono beni piuttosto rari in giro, averli sarà (se anzi non lo è già) una ricchezza che nessuna crisi potrà togliervi.
Ero spesso molto combattuto tra il decidere di essere il padre che ho avuto o il padre che avrei voluto. Ho imparato che non si può evitare la prima cosa e che si deve puntare alla seconda, ma senza mai dimenticare che, qui e ora, ci sono i vostri desideri da rispettare e le vostre vite da alimentare.
Ci sarà un futuro migliore? Spero di sì, ma posso fare di meglio che sperare: cercare di farvi fare errori diversi dai miei, ed esservi vicino quando accadrà. Già sarebbe qualcosa che vi farebbe essere migliore di me. E questo pure nessuna precarietà potrà metterlo in dubbio.
Grazie per tutto l’amore che mi date. Proverò sempre a esserne all’altezza.

Dàje così,
vostro papà Lorenzo.

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