“Essere qualcuno”

Eh, niente, è arrivato quel momento. Pensavo fosse più in là, ma dicono che oggi crescono in fretta, quindi eccoci. Io e Ivan abbiamo avuto il primo colloquio sul tema ‘ragazze’. Non è andata proprio come pensavo e non importa tutto quello che ci siamo detti, perché mi ha profondamente colpito una sola cosa.

«Papà, ma per fare colpo sulle ragazze e conquistare il loro cuore devo essere qualcuno? Devo essere un vincente?»

cicciLa mia risposta, e la lunga spiegazione seguente, credo sia ovvia. Quello che mi ha, ancora una volta, sorpreso, è stato capire quanto poco possa fare una famiglia, nella quale certi modi di volere e di rappresentare un potere non esistono, contro questi stereotipi terribili – il fatto che siano molto diffusi e tradizionali non mi convincerà mai che sia giusto continuare a diffonderli. La resistenza alla violenza sociale deve pur cominciare da qualcuno; eccoci.

Noi, suoi genitori, non crediamo che sia opportuno isolare chi cresce dal mondo circostante, dove evidentemente gli stereotipi maschilisti e patriarcali continuano a imperversare; dobbiamo solo riconoscere che la nostra azione dovrà essere sempre “a posteriori”, perché la stragrande maggioranza delle manifestazioni simboliche intorno a Ivan, come intorno ad Andrea – media, linguaggi, immagini – raccontano ancora quei valori distorti, quelle relazioni dispari, quei rapporti ingiusti.

Sollevato dal fatto che ne ha parlato con me, proseguo insieme a lui, a loro, una lotta comune: da padre, da uomo, da cittadino, da tutte quelle maschere che mi sono state costruite addosso, contro e attraverso tutte quelle maschere. Il lavoro critico comincia anche così, con lo smontare quell’«essere qualcuno» tanto decantato dalla società che abbiamo intorno, e che è solamente un contenitore vuoto, ingombrante e pesante da sopportare.

 

Una lettera

Amori di papà,

immaginavo, diventando padre, che avrei dovuto ricredermi di tante cose che sentivo sul ruolo e sul compito di un padre. Mi dicevo che sicuramente l’esperienza sarà diversa dalle tante chiacchiere che se ne fanno; infatti è andata, e sta andando, proprio così. Però non nel modo che speravo.
Quello che non immaginavo, più di dieci anni fa, era che mi sarei dovuto occupare così spesso e così da vicino di questioni economiche tanto pressanti. Sapevo – da studioso di cose umanistiche – che non sarei mai diventato ricco, ma non immaginavo di dover preoccuparmi così tanto del mio, e quindi del vostro, futuro economico.
Attualmente non so quanto il mio contratto a tempo indeterminato, che pure è un sogno di molti, avrà valore: sono pur sempre il dipendente di una classica florida azienda familiare italiana, che dipende dalla vita e dai desideri del suo proprietario, ideatore e unico dirigente. Se domani decide che è stufo e che vuole passare il resto dei suoi giorni a godersi i beni che ha, non posso oppormi realmente in nessun modo; e trovare un altro lavoro non sarebbe affatto facile.DSC_0692
Ed eccoci qui, quindi, a fare nel presente discorsi molto tristi riguardo i vostri regali, le vostre attività sportive, i vostri desideri – insomma, tutto ciò che costa e che non so mai se e quando possiamo permetterci. I discorsi sul futuro è meglio proprio non affrontarli. Non ce n’è né il tempo, né la voglia, né i mezzi per farlo.
Imparerete quindi, da questa buona scuola – è il caso di approfittarne, visto che la realtà è così – che i valori economici sono labili e poco saldi, e che non è il caso di basarsi troppo su di essi. E’ il caso invece, e questo provo a insegnarvi insieme alla mamma, di diventare persone non violente, capaci di senso critico come di fantasia, oneste e rispettose verso gli altri e se stessi, pronte a esprimersi e a difendere il diritto di farlo in ogni circostanza, aperte all’amore e alle esperienze più diverse. Questi sono beni piuttosto rari in giro, averli sarà (se anzi non lo è già) una ricchezza che nessuna crisi potrà togliervi.
Ero spesso molto combattuto tra il decidere di essere il padre che ho avuto o il padre che avrei voluto. Ho imparato che non si può evitare la prima cosa e che si deve puntare alla seconda, ma senza mai dimenticare che, qui e ora, ci sono i vostri desideri da rispettare e le vostre vite da alimentare.
Ci sarà un futuro migliore? Spero di sì, ma posso fare di meglio che sperare: cercare di farvi fare errori diversi dai miei, ed esservi vicino quando accadrà. Già sarebbe qualcosa che vi farebbe essere migliore di me. E questo pure nessuna precarietà potrà metterlo in dubbio.
Grazie per tutto l’amore che mi date. Proverò sempre a esserne all’altezza.

Dàje così,
vostro papà Lorenzo.

Le cose da solo

E’ ormai qualche mese che Ivan manifesta sempre più apertamente il desiderio di fare delle cose da solo: uscire di casa, pensare alle sue abitudini, organizzarsi. Cerchiamo di accontentarlo, per ora, nei limiti del possibile.

ciccicarnevale Sono questi i momenti nei quali devo resistere dal fare paragoni con la mia esperienza di quella sua attuale età. Privo di cellulare e in un contesto urbano provinciale, avevo a disposizione ore di solitudine e chilometri da percorrere da solo. Mi ricordo capace di una indipendenza di movimento e di una padronanza dei luoghi e delle distanze che a oggi sono, per Ivan, impensabili. Non ne ha mai avuto la necessità, quindi non ha sviluppato le capacità necessarie. Ovvio.

Meno ovvio è cercare di capire perché, sotto altri aspetti, è incredibilmente più maturo di me alla sua età. L’ultima volta che è stato dal barbiere a tagliarsi i capelli, il televisore perennemente acceso su un canale di news raccontava del tentato suicidio di una madre con i suoi due figli. Solo il più piccolo, ancora in fasce, non è sopravvissuto.

Usciti dal barbiere, Ivan mi ha tempestato di domande precise, circostanziate. Ha preteso, giustamente, risposte altrettanto complesse alle quali si è adeguato con argomenti profondi che hanno tirato in ballo le relazioni con la sua famiglia, anche allargata ai nonni e agli zii.

La risposta che mi ero dato inizialmente, per spiegare la differenza tra i miei dieci anni e i suoi, si è così svelata in tutta la sua superficialità. Avevo la sensazione che per lui sia quasi impossibile avere uno spazio adeguato e i modi necessari per “provare” un minimo di autonomia, in ragione di un contesto urbano e di una difficoltà logistica legata alla vita di noi genitori. In realtà la differenza sta in quello che mi ha generato l’inquietudine di pensarlo da solo per strada, con le chiavi di casa, a gestire dei soldi, su un mezzo pubblico.

Ivan si trova e si troverà a vivere in una società estremamente più indifferente al prossimo di quanto lo fosse quella di trent’anni fa, quella dei miei dieci anni. E lui se n’è già accorto: non perché, come me, può fare paragoni – per quanto distorti da una sensibilità soggettiva – ma perché ha già capito che la sua volontà di fare le cose da solo viene non solo dalla normale crescita psicologica, ma da una necessità: là fuori non c’è nessuno che lo aiuterà, anzi, c’è gente che fa gesti molto dolorosi e assurdi.

L’immagine che la società aveva di se stessa, trent’anni fa, era certamente molto più semplice e ipocrita di quella attuale, ma anche molto più rassicurante. In questi anni posso solo chiamare paura la caratteristica che ha più di altre riempito di sé quella immagine, ed è esattamente quello che io provo per Ivan, a pensarlo solo in questa società – anche solo per i due minuti necessari a uscire dal portone, buttare la spazzatura, tornare indietro. Questa paura è stata costruita, mi è stata insegnata. Per esempio, da un mondo che corre a raccontare di una madre suicida attraverso i media più diffusi, ripetendo notizie del genere fino alla nausea, ma che delega a supereroi mascherati il compito di costruire un futuro migliore, salvo poi relegare il fumetto a roba da bambini, a non-letteratura.

E ancora ci si chiede perché uno è “impegnato nel sociale”.

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